(Sioux Brulé)
La ricerca d‟una visione è una tradizione dei popoli delle Praterie. Un uomo od una donna che desiderino dare un senso alle scelte della loro vita, o cercare di ottenere una risposta ai loro problemi esistenziali, possono decidere di andare alla ricerca d‟una visione per essere illuminati o per acquisire una migliore conoscenza di se stessi. Questo può significare dover stare sulla cima di una collina o dentro un ‟apposita fossa, soli, senza cibo né acqua, per un periodo di tempo che può durare anche quattro giorni e quattro notti.
È duro, ma se le voci degli spiriti rivelano o concedono una visione che plasmi la vita di una persona, allora è certamente valsa la pena di sopportare tutte quelle sofferenze per la ricerca.
La leggenda che segue, tuttavia, parla della ricerca d‟una visione con minore solennità, con la caratteristica arguzia dello sciamano Sioux Cervo Zoppo.
Un giovane volle andare a una hanbleceya,o ricerca d’una visione, nella speranza di avere un sogno che gli donasse il potere di un grande sciamano. Avendo un’alta opinione di se stesso, egli si sentiva sicuro di essere
destinato a divenire grande tra il suo popolo e che la sola cosa che gli mancasse era una visione.
Il giovane era audace e coraggioso, desideroso di andare sulla cima di una montagna. Era stato educato da genitori buoni ed onesti, saggi secondo gli antichi costumi e che pregavano per lui.
Durante tutto l’inverno essi s’indaffararono a prepararlo, nutrirlo con
wasna,grano, e molta buona carne per renderlo forte. Ad ogni pasto mettevano da parte qualcosa per gli spiriti affinché lo aiutassero ad avere una grande visione. I suoi genitori pensavano che avesse già il potere, persino prima di andare lassù, ma che stesse mettendo il carro davanti al cavallo, o piuttosto il basto davanti al cavallo, secondo una favola indiana.
Alla fine, una bella mattina della tarda primavera, partì per la sua ricerca.
L’erba era alta, le foglie erano spuntate, la natura nel pieno rigoglio. Due sciamani lo accompagnarono. Essi alzarono una capanna per il bagno di vapore affinché si purificasse nel bollente, bianco respiro del sacro vapore. Lo santificarono con l’incenso di erbe profumate, soffregando il suo corpo con della salvia, facendogli vento con un’ala di aquila.
Lo accompagnarono sulla cima della collina per preparare la fossa della visione e fare un’offerta di un fascio di foglie di tabacco. Quindi dissero al giovane di piangere, di umiliarsi, di chiedere la santità, di implorare
d’ottenere la forza, un segno del Grande Spirito, il dono di divenire sciamano.
E dopo che essi ebbero fatto
tutto quello che potevano, lo lasciarono là, solo.
Passò la prima notte nella buca che gli sciamani avevano scavato per lui, tremando e gridando ad alta voce. La paura lo tenne sveglio e tuttavia era vanitoso, pronto a lottare con gli spiriti per la visione, per il potere che voleva. Ma nessun sogno venne a liberare la sua mente. Verso il mattino, prima che il sole si alzasse, nel turbinio della bianca bruma dell’alba udì una voce. Parlando da nessuna particolare direzione, come se provenisse da
diversi luoghi, disse: « Guarda qui, giovane uomo, ci sono altri luoghi che avresti potuto scegliere; ci sono altre colline nei dintorni. Perché non vai là ad implorare un sogno? Ci hai disturbato tutta la notte, tutte noi creami e, animali ed uccelli; tieni svegli persino gli alberi.
Non abbiamo potuto dormire.
Perché dovevi piangere proprio qui? Tu sei un fragile giovane uomo, non ancora pronto o meritevole di ricevere una visione». Ma il giovane strinse i denti, deciso a persistere, risoluto a forzare la visione ad apparire. Trascorse un altro giorno nella fossa, supplicando un’illuminazione che non voleva venire, e quindi un’altra notte di paura, freddo e fame.
Il giovane urlò per il terrore. Era paralizzato dalla paura, incapace a muoversi. Un macigno stava cadendo frantumando ogni cosa che era in vista. Torreggiò sulla fossa della visione, ma proprio quando era alla distanza di un braccio e sul punto di schiacciarlo, si fermò. Poi, mentre il giovane lo fissava con la bocca spalancata, i capelli dritti e gli occhi fuori dalle orbite, il macigno rotolò su verso la montagna, ripercorrendo il cammino sino alla cima. Non poteva credere a quello che vedeva. Stava ancora codardamente immobile quando udì di nuovo il boato ed il vagare di quell’immenso macigno e lo vide venir giù su di lui ancora una volta. Questa volta però riuscì all’ultimo momento a saltar fuori dalla fossa della visione. Il macigno la fracassò, la cancellò, mandando in polvere la pipa della pace ed il sonaglio di zucca del giovane. Di nuovo il macigno rotolò su per la montagna e di nuovo venne giù.
« Me ne sto andando, me ne sto andando! » urlò il giovane. Riprendendo la capacità di movimento, più presto che potè, andò giù a tentoni dalla collina. Questa volta il macigno rotolò a grandi balzi proprio su di lui, rimbalzando giù per il pendio, fracassando e polverizzando ogni cosa sulla sua strada. Egli corse giù nascondendosi, incespicando, cadendo e rialzandosi di nuovo. Non si accorse nemmeno che il macigno era rotolato su ancora una volta e che per la quarta volta stava cadendo giù.
In quest’ultima e più terribile discesa volò in aria con un balzo gigantesco, toccando il suolo proprio di fronte a lui e sprofondando talmente nel terreno che se ne poteva vedere solo la punta. La terra si scosse come un cane bagnato che esca da un fiume e scagliò il giovane di qua e di là. Sparuto, contuso e scosso, incespicò giù sino al villaggio.
Agli sciamani disse: « Non ho avuto nessuna visione e non ho ottenuto nessuna conoscenza ». Ritornò alla fossa e quando vi arrivò all’alba udì ancora la
voce: « Smettila di disturbarci; vai via! ». La stessa cosa accadde la terza mattina. Ma questa volta era debole per la fame, la sete e l’ansia. Persino l’aria sembrava opprimerlo, combatterlo. Ansimava.
Sentiva lo stomaco accartocciarsi, contrarsi ed aderire alla spina dorsale. Ma era deciso a sopportare per un’altra notte,la quarta e l’ultima.
Certamente la visione sarebbe venuta. E di nuovo la invocò nel buio e nella solitudine sino a che fu rauco; ma non fece alcun sogno.
Proprio prima dello spuntar del giorno udì di nuovo la stessa voce, molto arrabbiata: « Perché sei ancora qui? ».
Comprese allora di aver sofferto invano; ora avrebbe dovuto ritornare alla sua gente e confessare di non aver ricevuto né potere né conoscenza. La cosa che poteva dir loro era che tutto quello che aveva ottenuto erano degli schiamazzi ogni mattina.
Triste e di cattivo umore, replicò: « Non posso aiutarmi; questo è il mio ultimo giorno e mi sto struggendo in lacrime. Lo so che mi hai detto di andare a casa, ma chi sei tu per darmi ordini? Non ti conosco. Resterò sino a che i miei zii non mi verranno a cercare, che ti piaccia o no». Subito
si udì un sordo rumore provenire da un’altra più grande montagna che si ergeva dietro la collina.
Divenne un potente boato e tutta la collina tremò.
Il vento cominciò a soffiare.
Il giovane guardò su e vide un macigno posato sulla sommità della montagna. Vide un fulmine colpirlo, lo vide oscillare.
Lentamente il macigno si mosse. Sulle prime lentamente, poi sempre più veloce, venne giù precipitando lungo il fianco della montagna, scuotendo la terra, spezzando enormi alberi come se fossero ramoscelli.
E il macigno stava venendo dritto su di lui!
« Ho fatto arrabbiare gli spiriti. È stato tutto per nulla».
« Bene, hai scoperto una cosa », disse il più anziano dei due sciamani, che era suo zio.
« Hai rincorso la tua visione come un cacciatore dietro un buffalo, od un guerriero dietro uno scalpo. Stavi combattendo gli spiriti. Hai pensato che essi ti dovessero una visione. Soffrire da soli non porta alcuna visione, né la ottiene il coraggio e neppure la dà la mera volontà di potere.
Una visione viene come un dono che nasce dall’umiltà,dalla saggezza e dalla pazienza.
Se dalla tua ricerca di una visione non hai imparato altro che questo, allora tu hai già imparato molto. Pensaci! ».

Raccontata da Cervo Zoppo a Winner, Riserva Indiana di Rosebud, Sud Dakota, nel 1967, e registrata da Richard Erdoes