Quando i soldati in uniforme azzurra videro una immensa prateria deserta davanti ai loro occhi, capirono che quello non sarebbe stato un giorno qualsiasi e che forse non avrebbero più rivisto le loro case e le loro famiglie. Gli indiani che avrebbero dovuto sorprendere con una manovra a tenaglia non erano lì dove tutti immaginavano e nelle ore successive solo il sangue avrebbe dato da bere alla terra arida, il sangue delle giacche azzurre di George Armstrong Custer.
Quello che la storia erroneamente ha trascritto nei suoi annali come un generale in realtà era un tenente colonnello, un ufficiale di scarso valore e quasi del tutto privo di ingegno strategico, un personaggio come tanti divenuto una leggenda del west.

Battaglia_di_Little_Big_Horn

La sua morte sulle colline del Little Bighorn il 25 giugno del 1876 consegnò la sua vita alla Storia insieme alla magnifica impresa dei Sioux di Sitting Bull (Toro seduto).
La battaglia ha una motivazione precisa, anche se recondita. Era una battaglia motivata dalla sete di denaro. Come tutte le guerre, anche questa fu combattuta per accaparrarsi ricchezze. Si diceva che sulle colline nere, ultimo paradiso terrestre in cui vivevano confinati i Sioux, ci fosse l’oro. E il governo voleva impossessarsi di quelle terra. A ciò si opposero con fierezza gli indomiti guerrieri delle praterie.
Sono passati esattamente 139 anni dalla leggendaria battaglia del Little Big Horn, avvenuta nel territorio compreso tra il Montana e il Nord Dakota. Doveva essere l’epilogo di una campagna di guerra aspra e sanguinaria che doveva riportare il sereno nelle terre travagliate dalle scorribande dei ribelli indiani e dare al governo americano la giusta ribalta nazionale grazie alla vittoria nella seconda guerra indiana (1860-1890).

Ma il 25 giugno del 1876 segnò la data della più grande vittoria pellerossa nell’epopea western.
I guerrieri Sioux Unkpapa, insieme agli Oglala e ai Lakotas, affiancati dai fieri Cheyenne e dai valorosi Araphaos accerchiarono gli uomini di Custer il quale, improvvidamente, aveva inviato il suo comandante in seconda, il maggiore Reno, a tagliare la ritirata a quello che considerava un numero esiguo di indiani. Non tanto la tattica quanto una stima difettosa delle reali forze nemiche decretò la fine del settimo reggimento Cavelleria degli Stati Uniti. Gli squadroni di Reno e quelli del capitano Benteen, mandato in avanscoperta, furono sterminati in pochi minuti. Si racconta che quando gli ufficiali si trovarono dinanzi migliaia di guerrieri Sioux, anziché poche centinaia, pensarono che fossero stati gli scout indiani dell’esercito a tradirli, mentre l’effetto sorpresa era un perla preziosa inanellata da Toro Seduto per spiazzare i suoi avversari, attirandoli in un’imboscata. Nessun tradimento, solo tecniche di combattimento raffinate che gli alti papaveri di Washington e i cadetti di West Point non erano in grado di comprendere.
Lungo la vallata 5000 indiani urlanti ebbero la meglio in pochi minuti su forze di numero dieci volte inferiore e i morti alla fine furono quasi tutti bianchi.

Lo stesso “capelli lunghi”, nome con il quale gli indiani chiamavano Custer, giaceva sul campo fra i corpi ammassati, ma proprio la sua capigliatura ingannò gli avversari. Il colonnello aveva tagliato i capelli qualche giorno prima e i guerrieri Sioux non lo riconobbero, così il cadavere di Custer evitò l’onta della mutilazione. Nessuno infatti prese lo scalpo del “generale”.
Il Little Bighorn fu il punto più alto delle guerre indiane in America, ma fu anche l’inizio della fine per la civiltà pellerossa. La reazione dell’esercito statunitense sarebbe stata furibonda. Nei mesi successivi tutti i protagonisti di quella giornata campale furono uccisi o arrestati e condannati a vivere in prigione o in riserve inospitali.

“La Storia ha avuto bisogno di migliaia di morti per scrivere le sue pagine più entusiasmanti” disse il generale Terry dopo che strappò via tutti i sioux combattenti dallo loro terra.
Ma il valore dei guerrieri indiani è più grande di noi commentò il generale Crook. A nessuno sfuggiva che quegli eventi avevano in sé il germe dell’eternità.